Alle 7 del mattino, solitamente di corsa, mi accingo a prendere il treno. In questo frangente mattiniero ho l’occasione di sfogare quel lato ossessivo del mio carattere che cerco di tenere solitamente sopito.
Intanto, voglio parcheggiare sempre allo stesso punto, accanto ad un suv nero guidato da un fighettone brizzolato con cui non ci parliamo ma che quasi ogni mattina vedo e penso: anche questa mattina mi hai migliorato la giornata. Deve avere delle tendenze ossessive anche lui, perché, come me, cerca sempre di mettersi in quel punto. Se non trovo quel posto, che solitamente mi viene fregato da una malandata scatoletta bianca di una giovane donna, mi metto per storto. Quello dev’essere mio. Se è purtroppo già occupato, mi posiziono nell’altro gruppo di posti in posizione speculare, cioè il penultimo verso il fondo del parcheggio. Almeno in parte così rimedio all’affronto alla mia ossessività.
Poi mi accingo ad andare verso il binario. L’entrata della stazione sarebbe molto più in giù rispetto al parcheggio, ma riesco ad avere accesso un po’ prima in due modi: o beneficiando dei vandali che tolgono tutte le volte la catena ad un cancello più vicino al parcheggio e riservato al personale, da cui entro, o saltando da un’apertura di un muretto. Mi sento molto l’attore che gridava ai quattro venti “OLIO CUORE!”, ma rischio ogni volta il femore. Una volta mi sono sgrattugiato la caviglia e sono andato al lavoro sanguinante. Questa è una delle poche e magre trasgressioni della mia vita.

Avendo questi due passepartout, il treno mi si ferma sempre di fronte all’altezza del secondo vagone. E io salgo. Ogni mattina mi ritrovo sempre su per giù con le stesse persone, che come me evidentemente condividono i medesimi tratti ossessivi e si piazzano nel secondo vagone. Il menu prevede:
L’uomo di mezza età con i capelli a spazzola, che a lungo mi sono convinto fosse un pasticcino parrocchiano. Perché? Perché l’ho confuso con uno di Tinder, un ricercatore al CNR così pacioccone con il suo cagnolino che ho avuto più volte la tentazione di contattare quando stavo su Tinder, ma mi ha frenato la differenza di età. Poi sono rinsavito e ho lasciato Tinder. Dove sarà il paciocco con il cagnolotto? Vabbè, comunque ho confuso i due e i miei occhietti dolci a fissarlo mentre dormiva sono stati vani;
Due militari della Marina. Uno è spilungone allampanato con due gambe lunghissime che non sta dentro il posto e quando mi capita davanti mi devo fare piccolo piccolo, e lui lì a spostare le gambe di qua e di là perché non sa dove metterle come se vivessero di vita propria staccate dal busto. Chissà la terza… l’altro è un discreto signore che ho scandalizzato una volta dando una capocciata tremenda al portapacchi. Mentre io facevo sbonk, lui ha sgranato gli occhi e avrà pensato: questo minimo è un trauma cranico;
Un punk fuori tempo massimo panciuto con cui ho ingaggiato una silente sfida: salire prima di lui. È un qualcosa probabilmente tutta nella mia mente, ma questo figuro per fare due fermate vuole sempre mettersi a sedere togliendo il posto a chi deve fare il viaggio lungo e alle vecchiette. No. Non si puà, come dice Roby Facchinetti. Mi devo sedere prima di lui. Non sempre riesco ad avere la meglio, il più delle volte ci sediamo tutti e due, ma è già una soddisfazione se riesco a farlo sciamare via dal secondo vagone. In realtà io non ho alcun effetto sulle sue azioni, ma mi illudo che salendo prima di lui io possa averlo, anche perché con ogni probabilità questa lotta silente si gioca solo nella mia testa;
Ci sono poi le “amichette del cuore” e i “MBEB dell’alta Tuscia”.
Le amichette parlano della loro vita ripetendo su per giù le stesse cose, squarciando il desiderato silenzio di tanti viaggiatori con le loro risate. C’è in particolare la piratessa, quella che ha una benda negli occhi un mese sì e un mese no (ovviamente non ci scherziamo su perché potrebbe essere una cosa delicata) che ha pure la risata da piratessa o da avventore ubriaco del bar della stazione: comincia prima con un fischio (fiii) e poi con una risata ruvida con il raschio: ahr ahr ahr ahr. Secondo me prima o poi qualcuno si rivolterà contro Fischio & Raschio. Fischio e raschio, con il rischio, perché sta rischiando col fuoco: c’è gente che per prolungare il sonno notturno stravaccato sul sedile è disposta a tutto. Quindi il rischio è che je cacciano pure l’altro occhio se non se la smette. Ops, scusate.
I MBEB dell’alta Tuscia invece riassumono per tutto il tempo del viaggio tutti i luoghi comuni che si attribuiscono ai cis: motori, a maghina, mi fijo, ‘a Roma, ‘a Lazio, ‘e vacanze, er barbecù. Manca la figa, di cui non si occupano perché si conoscono con le amichette e non le vogliono stranire, credo, ma poi non è argomento mattutino da treno. No?!? E che diamine!;
Andiamo avanti con l’”Ardi team”. Questa signora pienotta che viene chiamata Ardi – il vero nome non lo so – si circonda almeno di due gruppi di sedili di accoliti che la ascoltano pontificare su una marea di cose, dalle vacanze, alla situazione politica, ai vestiti, ai trasporti, e lei lì che tiene banco su tutto e tutti inarrestabile e piripì parapà poropò purupù, una logorrea infinita. Il suo braccio destro è un signore francese che si veste malissimo e d’estate si presenta non raramente con quegli osceni sandali di plastica aperti che ogni volta mi fanno scandalizzare anche se non sono un fashion victim.
Poi ad un certo punto i suoi proseliti, neanche fosse una santona indiana di un personale movimento sorto sul vagone, scendono tutti alla stazione der cuppolone, tradendola per un’altra religione, e lei a Roma Trastevere comincia a tossire senza freni. Davvero io non capisco che patologia sia. Saranno le polveri che i lavori di quella stazione, che proseguono dal Giubileo sì, ma del 1950, che le provocano questi colpi di tosse inarrestabili? Ma proprio a livello che a volte temo si senta male. Senza il supporto dei suoi galoppini, tutti uomini, lei si sente afflosciare proprio fisicamente. Poi scende al capolinea come me, caracollando a fatica come una matrona destituita;
C’è poi il figo del monopattino (che secondo me c’è in ogni regionale d’Italia, la mattina), un bel pezzo di marcantonio che poggia il monopattino nell’apposito spazio e sta lì che specie in estate scapezzola dalle sue camicie a maniche corte e dalle sue polo;
Abbiamo il tipo che somiglia ad Oreste Lionello, un piccolo siciliano tutto occhiali e panza a cui una volta ho sentito dire una frase poco carina sui gay assieme ad una donna dell’Est e che quindi, ad un suo tentativo di attaccare bottone una volta, ho risposto in maniera molto evasiva e secca;
C’è la signora dell’inutile disappunto, che ognisantogiorno sale alla sua fermata, e nota con disappunto che il vagone, arrivato a quel punto, è un po’ pieno. Quindi si scoccia, alza gli occhi al cielo e allarga le braccia, però poi il posto lo trova sempre. Sarà un suo rito per liberare i posti magicamente;
Ogni tanto ci sono le variabili impazzite. L’indiano che parla col vivavoce al telefono con i piedi scalzi. Il solito (povero) matto che entra, improvvisa canzoncine a caso e scende poco dopo (una volta l’ho sentito inventare sull’impronta una canzone sull’Europa). I ragazzetti che limonano duro. I turisti scarmigliati e sudati. Il manager impettito all’improvviso che lo vedresti meglio nel vagone Business ed invece è costretto al Regionale.
Nelle mattine in cui sono particolarmente scazzato e non ho voglia di andare, sono sicuro che mi sentirei meno a mio agio se non ci fosse il mio secondo vagone di illustri sconosciuti ormai volti familiari. Quando, nei rari giorni in cui svagono altrove o succede qualcos’altro, non mi trovo lì, mi manca qualcosa. Quindi evviva capelli a spazzola, il punkettone invecchiato, le amichette, gli MBEB, Ardi e le storie tese, il figo del monopattino (soprattutto viva lui), la signora che chiagne e fotte sul posto in treno, le variabili impazzite. Viva tutti tranne Oreste. Don’t touch my secondo vagone.

