Sono cresciuto in mezzo agli uomini, ai maschi. La mia non è una famiglia diciamo “matriarcale”, le donne sono una minoranza. Ho tanti cugini, un fratello, un padre, degli zii. Non stiamo parlando – in molti casi – dei classici maschi alfa. Eppure, non per loro colpa, sono cresciuti comunque in quel brodo di coltura lì.

La domenica pomeriggio, in quelle riunioni parentali che fra vecchiaie, pensieri, Covid e famiglie disperse in mille rivoli ormai si fanno sempre più rare, tutti si piazzavano di fronte a 90° minuto e io mi aggregavo, per partecipare. C’erano Marco Van Basten (bella foto accanto), Andriy Shevchenko, Gabriel Omar Batistuta, Bobo Vieri, tutti maschi testosteronici applauditi da tutti. Alla fine, mi trovavo a seguire il calcio e quei riti domenicali, perché tutti intorno a me ne parlavano, continuamente, in maniera incessante, una fissa. L’oppio dei popoli per eccellenza. E allora io lo seguivo, il calcio, ci provavo, quantomeno.
Poi però accumulavo amicizie femminili. Non ho mai avuto alcuna difficoltà a relazionarmi con le mie compagne di scuola elementare, le ragazzine coetanee di scuola media, le liceali che ho incontrato lungo quei cinque anni. Tante figure differenti: la coattella, la tenera, la bella, la stranetta, la timida, la frivola, la donnina…io riuscivo in qualche modo ad entrare in relazione con molte di loro (non tutte, naturalmente: non è andata sempre bene), e sinceramente non saprei nemmeno dire cosa ci portava ad unirci.
E con i maschietti? Le cose andavano molto più a corrente alternata. C’era tutto sommato un rapporto gradevole, si rideva anche insieme, ma quando si trattava di fare le cose sul serio, di stringere una vera amicizia, non ci si riusciva. O facevo la mascotte, o mi si riservava aperta indifferenza. Mai grande ostilità, a parte qualche caso isolato, ma dai ragazzi coetanei venivo visto poco. Anche dai miei cugini: sì, perché, per quanto riguarda la mia famiglia, il mio personale caso era aggravato dal fatto di essere l’ultimo in ordine di nascita, e di gran lunga: il cugino a me più vicino aveva sei anni più di me, e tutti gli altri cugini erano fra loro vicini di età. Loro avevano una consuetudine diversa, dovuta anche alla maggiore vicinanza d’età: io rimanevo un po’ sull’invisibile andante. Mi volevano tutti bene ma l’affetto parentale era una cosa, una reale considerazione era un’altra.
Passando ai tempi della scuola, ad esempio, mi ricordo di un ragazzino bocciato che irruppe in classe nostra in terza media. Era stato segnato da tre anni di bullismo, e aveva mancato il passaggio alle superiori proprio prima dell’esame. Era stato un periodo che l’aveva segnato, da come poi mi raccontò. Fra di noi era nata un’amicizia, e soprattutto per sua iniziativa: mi aveva spiazzato. Non ero abituato ad essere “approcciato” in maniera così convinta da un coetaneo potenziale amico; io avevo le mie amiche e un buon rapporto, ma superficiale, con gli altri ragazzi.
Questo quattordicenne, dunque, si avvicinò e cominciai a ritrovarmelo sempre fra i piedi, veniva a casa mia, giocavamo con la Playstation (rigorosamente UNO, con il disco grigio che faceva l’alzabandiera al tocco di quel tastino rotondo), eravamo insomma…amici.

Mi aveva parlato delle sue difficoltà con la classe precedente, si era aperto, e allora io pensavo di poter impostare il rapporto in maniera simile a quello con le mie amiche. Chiacchere, confidenze. Quello che sanno fare meglio – solitamente – le ragazze, portare avanti una comunicazione più emozionale, profonda, empatica. Non si può generalizzare – le femminucce con la sensibilità di una mietitrebbia non mancano – ma io l’ho sempre vissuta così, sulla mia pelle, questa maggiore sensibilità che è il tratto che le rende sempre più desiderabili ai miei occhi.
Il quattordicenne che si era inserito nella mia vita era pur sempre un monellaccio come sono i ragazzi a quell’età, chi più chi meno: resse per un po’, ma era evidente che si annoiasse e alla fine mi mise un po’ da parte, pur mantenendo un buon rapporto. Alla fine, preferì l’amicizia mascolina più pragmatica e d’azione dei miei compagni di classe. Io ci rimasi male, ma già a quell’età ero rassegnato a essere abbastanza invisibile agli occhi dei miei coetanei maschi: registrai l’evento con qualche malumore ma senza esagerare. Lui, allontanandosi un pochino da me, guadagnò un gruppo di amici che poi si portò dietro anche successivamente, quindi guadagnò molto, specie dopo anni in cui era stato emarginato da una classe ostile. Era troppo vantaggioso scambiare la mia amicizia con quella di un gruppo di ragazzetti che giocavano a calcio e cominciavano ad uscire con il motorino, e quest’evento semplicemente mi confermava che non c’era storia: per me era complicato avere un’amicizia maschile.
Quando arrivai nella mia nuova classe di prima liceo, invece, mi ritrovai con una classe formato maxi di trenta persone, di cui una buona metà maschietti conformi alle aspettative sociali in progress. Già alti, già sportivi, già disinvolti con le ragazze, già ometti. Beccai proprio quella classe piena di quattordicenni che sbocciavano, non di quelli ancora ragazzini che invece popolavano altre classi. Io mi dovetti rifugiare nell’amicizia di un gruppetto fidato, a maggioranza ovviamente femminile, con due soli maschietti, di cui uno che continuava a guardare con malcelata ammirazione gli altri, e dai quali verrà fagocitato a brevissimo. Per gli altri, a parte qualche rara attenzione, io praticamente non esistevo. Non davo fastidio, suscitavo tutto sommato tenerezza, ma ero fuori dal loro campo attentivo. E dovevo ritenermi persino fortunato, perché questi ometti, se venivano infastiditi per qualche motivo o semplicemente si facevano saltare la mosca al naso anche senza apparente ragione, non si facevano problemi a prendere di mira qualcuno.
È da quel periodo che si ingenerò in me una cattiva impressione sul maschile. Per quale ragione questi ometti scostanti, fanatici, boriosi, antipatici, comandavano socialmente e soggiogavano le ragazze, che sembravano attorniarsi attorno a loro senza vedere chi erano veramente? Stavo perdendo la visione ingenua e distratta dell’infanzia, e i ragazzi mi apparivano pieni di difetti, anche se cominciavo a provare una confusa attrazione per loro. Non era sufficiente, però, a non vedere i difetti del maschile che si incarnavano in questi miei coetanei. Sbrigativi, poco empatici, indifferenti, brutali, basici, noiosi, sboccati. Per me era attrazione-repulsione.
Ma vuoi mettere la compagnia delle ragazze? Parlare per ore, di tante cose, in maniera appagante; l’affetto, la capacità di esprimere le emozioni, la dolcezza, che anche se veniva nascosta prima o poi usciva fuori, in modi inaspettati. Fortunatamente, avevo quella benedizione che erano delle ragazze stesse, che colmavano tantissimo l’assenza di una delle due metà del cielo. Questa è stata la mia esperienza, non generalizzabile, ma è la mia. Quest’assidua frequentazione delle mie amiche, a tratti, faceva parlare; alcuni, invece, mi prendevano per un gran provolone. Che perspicacia! Delle volpi.
Sono partito dall’Impero Romano, sorry. Ma di amicizie maschili ne ho sempre avute poche, poi, nel prosieguo della mia vita: qualcuna sì, non posso dire di essere rimasto proprio a zero, ma molto incostanti e superficiali. Niente a che vedere con la pienezza dei rapporti che ho intrattenuto con le ragazze/con le donne. Con qualcuna questo rapporto si è interrotto, con altre si è esaurito, non tutto è andato sempre bene…ma con altre ancora invece è continuato e felicemente. E con altre ancora ricomincia, in una catena che non sembra spezzarsi mai.
Non ho invece granché risolto il rapporto con quelli che comunemente chiamiamo “maschi etero”. Rimane un mondo per me distante. So che non possono essere considerati tutti nemici e la chiusura è qualcosa che sfiora il pregiudizio a prescindere. Quindi è anche colpa mia. Ma è inutile: c’è diffidenza, c’è scarso interesse, una difficoltà atavica.
