STORIA DEL MIO, DEL TUO, DEL NOSTRO CORPO

Non so se definirmi una persona con un cattivo rapporto con il proprio corpo. Per educazione familiare, il corpo e la vanità erano elementi secondari; non si può nemmeno dire fossero mortificati, semplicemente nella mia famiglia la cura eccessiva del corpo era considerata un vezzo un po’ ridicolo, sinonimo di vuoto e sotto sotto di mancanza di materia grigia. Ho un cugino che ha sempre dedicato molta attenzione al lato estetico: palestra, terme, creme e quant’altro; è sempre stato considerato una mosca bianca della mia famiglia, e ogni volta che ci raccontava del suo stile di vita buona parte dei miei familiari ridacchiava sotto i baffi. Si sa che questi atteggiamenti vengono assorbiti, e anche se non è stata mai esplicitata chiaramente, l’eccessiva attenzione per il corpo è sempre stata stigmatizzata. Nella mia famiglia si è sempre respirata quest’aria.

Non ho mai puntato molto su questo, un po’ inconsapevolmente un po’ no. Ho sempre provato a puntare su altro (ma poi che è ‘sto “altro”? Boh, non lo so nemmeno io). Altro, come nei sondaggi quando non si sa cosa dire.

Allora forse sì, non ho un buon rapporto con il mio corpo. Non ho mai molto amato mostrarmi, né dal vivo, né sui social, perché sento che non è l’elemento che mi contraddistingue maggiormente. Non mi sento a mio agio, non è la mia “cifra”, non possiedo una sensualità innata come altri, non mi sento neanche particolarmente bello. Ho scritto un mare di volte “non”, è forse questo è indicativo di una negazione.

Da una quindicina d’anni mi capita di avere a che fare coi social. Sono un late bloomer, perché per almeno due-tre anni ho provato a resistere all’onda d’urto di Facebook, che stava esplodendo. In quel momento si capiva chiaramente che qualcosa di completamente nuovo si stava affacciando. Ad un certo punto assieme a Facebook è scattata la moda dei selfie, che sconvolse un po’ tutti.

I sociologi e gli opinionisti si chiedevano che cosa stesse succedendo, cosa fossero ‘sti faccioni che apparivano da tutte le parti: nuovo individualismo, culto del sé, narcisismo, estetismo, fancazzismo, e tutta una serie di ismi appena coniati giusti giusti per farsi un po’ di pippe mentali.

Anche a me questo cambiamento colpì particolarmente: mostrare i propri faccioni al pubblico ludibrio sembrava un vero e proprio atto di coraggio. All’epoca si era quasi vaccinati a questo stradominio del sé e i maniaci del selfie sembravano dei narcisi un po’ poracci. Specie di fronte ai vanesi di una certa età, si era soliti dire: ma che cazzo sta facendo questo? (Che poi anche qui…)

Adesso viene da sorridere pensando a quegli esordi in cui quella sequela di facce spammate ovunque sembrava l’inizio di una nuova era di qualche pericoloso ismo. La percezione è cambiata totalmente: ora è normale mostrarsi, in viso e a turno attraverso tutte le parti del corpo, arrivando alle lastre e a ogni tipo di fluido emesso dal nostro corpo. Lo so che è un passo in avanti. La repressione e il nascondersi sono bestie nere ben peggiori. Ho la sensazione che ci siamo mossi però molto in avanti. Dopo un po’ di annetti, la domanda che sorge spontanea è: come si fa adesso a gestire questo culto del corpo?

Sì, perché ormai siamo proprio al culto. Non c’è nulla di male nel curarsi, mostrarsi un po’ e nel ricevere complimenti, nel farli, nel guardare, nell’essere guardati; l’ego va anche un po’ accarezzato. Ma la cura del corpo è diventata proprio un fatto profondamente identitario: se non si hanno determinati requisiti o se banalmente non piacciamo e non ci si piace, è un grave problema. Finisce per essere qualcosa che colpisce personalmente, un’onta che cancella il proprio valore a tutto tondo. L’apparenza è diventata un valore fondamentale, si parla correntemente il suo linguaggio; oserei dire che alcuni parlano solo quel linguaggio. Chi non aderisce allo strapotere dell’apparenza, dell’estetica e del narcisismo si sente gravemente manchevole. È possibile che se non si ha un corpo che aderisce a certi canoni ci si debba percepire come “da meno”? Posso timidamente dire che proprio negli ultimi anni la cosa stia diventando sempre più marcata e fino a un decennio fa il rapporto con il proprio corpo era lievemente più sano?

Un concetto che sento ripetere spesso è: “provo a migliorare il mio corpo per sentirmi meglio con me stesso”. Sembra un luogo comune. Ma possibile che invece a me quest’asserzione non convinca proprio per niente? La cura del corpo e la bellezza esteriore sono un automatico lasciapassare per il benessere mentale? Sto facendo una semplice domanda (ma io sento di pancia che la risposta sia NO). D’altronde, però, si affrontano le cose con le categorie e con il linguaggio che si conosce: e quindi, se il linguaggio dominante e la risposta a tutto è quella dell’estetica, per stare meglio si migliora il corpo. È la soluzione adatta e pronta all’uso per l’oggi.

Mi sentirei anche di aggiungere un’altra cosa. È ovvio che sia necessario parlare di sé e del proprio corpo. Ma la stragrande maggioranza del dialogo virtuale e anche non è ormai fondato sull’esteriorità. È una sorta di diario ossessivo e quotidiano con al centro il proprio aspetto. E oggi sto bene, e oggi mi sento bello, e oggi mi sento brutto, oggi invece sono carino, oggi mi taglierei a fettine e mi butterei nell’umido, vorrei essere così, peccato che non sono così, vi vedo che siete così e io no, oggi ho fatto questo per essere più bello, domani non mi piaccio più, dopodomani mi sento una merda, e via di commenti sul culo perfetto, sul pettorale perfetto, e il capello fuori posto, e le gambe sono secche e la schiena non è una schiena, il naso è storto e fa provincia…

Troppo. Too much. A una certa, basta. Un loop malsano.

Quasi a cadenza giornaliera c’è il punto della situazione su com’è e come si percepisce il proprio corpo, con fasi alterne di esaltazione e tristezza. Questa non è una strada lastricata e tortuosa che porta al premio della desiderata bellezza (ma poi, quale?). Questa è SCHIAVITU’. La soddisfazione non arriva mai.

Per me a lungo non è stato un problema. Sapevo di non avere un grande rapporto con il mio corpo; dopotutto, sono riuscito a lungo a fregarmene. Ma, cazzo, lo sta diventando, un problema. E la cosa non mi piace. Vorrei e voglio essere libero da questo condizionamento ormai pesante.

p.s. vorrei rassicurare i pochi lettori che me lavo e che comunque un minimo ci tengo al mio prezioso corpo da stronzo di Riace, non lo lascio allo stato brado. La Direzione del blog.

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