COLLEGA cosiddetta “RADICAL CHIC”

Voglio premettere che non amo per niente quest’espressione, “radical chic”.

Nata dallo scrittore statunitense Tom Wolfe, l’espressione “radical chic” si riferisce all’individuo che appartiene «alla ricca borghesia» o proviene «dalla classe media» e «per seguire la moda, per esibizionismo o per inconfessati interessi personali, ostenta idee e tendenze politiche affini alla sinistra radicale (come il comunismo) o comunque opposte al suo vero ceto di appartenenza» e soprattutto in contrasto con il suo reddito elevato. È un’etichetta che adesso ha completamente perso di senso, è ormai diventata trita ed opaca perché è passata praticamente a designare una cosa genericamente di sinistra o un interesse un minimo diverso da quelli del tutto basici che impregnano la nostra società. Se sei un patito della lettura e non ti interessi di calcio, ad esempio, sei già in odore di venir considerato un radical chic, a prescindere dalla tua provenienza e da quel “mismatch” fra appartenenza di classe e idee professate (che era un elemento fondamentale per essere considerato tale). Un conoscente, ricordo, venne chiamato “radical chic” solo perché aveva comprato una copia di “Repubblica”. È un modo valido per criticare chiunque vada oltre una qualunque forma di pensiero o riflessione di quelle terra terra; oggi è una tendenza ormai bella in atto perché ignoranza, approssimazione e arroganza sono propagandate senza nessun ritegno, ormai.

Non amo quest’etichetta, dunque, ma una mia collega mi fa veramente vacillare.

Di buona famiglia, è sposata ormai da tanti anni con un uomo ben posizionato, un dirigente di un importante ente sempre in giro per il mondo. Ma lei ostenta idee parecchio radical, nonostante il suo appartamento in un bellissimo quartiere, la sua casa in campagna, e disponendo di tutta un’altra serie di proprietà sparse di cui parla con apprensione perché implicano tutta una serie di rogne. Veste molto male, con gli stessi maglioncini, gli stessi pantaloni di velluto che tendono a svasarsi verso il basso, le stesse scarpe di ginnastica giapponesi dai colori manga regalate dal figlio durante una puntata a Tokyo. Non che il vestiario comporti qualche obbligo, per carità, ma è per inquadrarla in maniera un po’ stereotipata.

Aderisce a tutto ciò che possa portarla a definirla “radical”, con convinzione e tenacia. Manda e-mail con asterischi e schwa, augura ogni male agli avversari politici, è lodevolmente e tenacemente aperta su tutta una serie di temi sociali. Questo va detto. Ma allo stesso tempo ha uno stile di vita elevato che, inevitabilmente, la allontana dai “bassifondi”. Ricevimenti, feste, cameriera, vacanze, weekend, macchinona, attico in un quartiere bellissimo, spesa portata a casa, poca voglia di lavorare, part-time perché se lo può permettere. Tutte cose assolutamente legittime, della serie “buon per lei”, ma la discrasia fra stile di vita e idee è netta, su tante cose su cui si potrebbero fare molti esempi. È una donna molto lontana, in realtà, da tutto ciò di cui dice di preoccuparsi: è un’adesione di pura facciata, un po’ come il tifo allo stadio. Lo dice a volte anche da sola: sono una specie di sciura glam.

Nei fatti è una donna molto individualista, se non proprio egoista; sul lavoro tende con ogni stratagemma a scansare ogni responsabilità, pensando in primis sempre a sé stessa e a pararsi il cu in ogni modo. Fa fatica a nascondere un classismo che invece emerge non di rado da frasi e comportamenti; tratta con sufficienza alcune sue superiori giovani con la scusa dell’età (ma anche, forse, perché volendo se le potrebbe comprare IVA compresa). Spesso sul lavoro, quando sollecitata su qualcosa, sembra la studentessa costretta a studiare dai genitori, sbuffante e scalpitante.

Tutto perfetto, dunque?

Il grande cruccio di questa donna è il figlio.

Anche in questo caso bisogna un po’ stereotipare. Il figlio unico per antonomasia: venerato, vezzeggiato, oggetto di ogni attenzione. Scuole importanti con compagni di classe figli di vip, vacanze da solo e ottime frequentazioni nel quadrilatero del centro storico. Un ragazzo molto legato alla madre, ma tremendamente inconcludente, annoiato a riguardo di ogni cosa, velleitario, apatico, adagiato sulla sua vita agiata. Questa madre, così serena al momento di pensare alla sua vita e alla sua posizione, cambia lo sguardo ogni volta che affronta l’argomento del suo pargolo.

Svogliato a scuola, non in grado di tenersi un hobby o un interesse, senza grandi amicizie o passioni, un ragazzo che sembra attraversare la vita senza lasciare traccia e senza capire dove andare a sbattere la testa. Un ragazzo probabilmente da provare a capire, in qualche modo; ma alla madre questo atteggiamento nei confronti della vita del figlio non riesce ad andare giù, oltretutto perché lui non pare particolarmente preoccupato di questo: la sua esistenza comoda gli è sufficiente e tira avanti. Non si può dire che sia un ragazzo superficiale, perché è tutto sommato un ragazzo sensibile, educato all’arte e al bello: è solo molto lieve, leggero, viziatello.

Il problema vero è che il ragazzo è giunto alla maggiore età e quindi ha compiuto il suo ingresso in una vita semi-adulta. Un primo tentativo universitario è andato male, senza quasi dare esami. La madre si era illusa che il figlio potesse darsi una scossa, scegliendo la stessa facoltà in cui si era laureato il padre e che aveva fatto la fortuna del padre stesso; chissà che cosa aveva proiettato all’interno della sua scatola cranica. Un filmone, una serie in più stagioni. Le sue idee radical l’avrebbero dovuta spingere a lasciarlo fare ciò che voleva e ad accettare eventuali tentennamenti o tentativi vari che in fondo sono cose della vita. Ma anche lei, ex ragazza passata per le contestazioni giovanili degli anni Settanta, voleva la posizione per suo figlio. Il progetto del figlio sulle orme del padre era rimasto nella sua testa. Quello che più l’ha tormentata era l’arrendevolezza con cui questo figlio aveva archiviato la pratica. Una volta era passato dalla madre al lavoro, e a noi aveva detto molto pane al pane vino al vino che della facoltà che frequentava aveva le palle piene e non voleva averci più a che fare. La madre continuava ad essere convinta che era lui a non essere perseverante.

Dopo un maldestro tentativo di cominciare una specie di anno sabbatico, proprio in prossimità della scadenza delle iscrizioni si era immatricolato nuovamente, in una facoltà che assecondava un suo interesse che in realtà c’era, ma che i genitori avevano sempre ritenuto secondario. La madre all’inizio era contenta, poi, in un secondo momento, non appena scoperto che alcuni suoi amici ritenevano quest’università una specie di scienze delle carabattole, si era chiaramente incupita. Le sembra, oltretutto, di non vederlo studiare abbastanza. Si ricorda sempre di quando si era laureata lei: libroni, nottate, caffè a profusione, ansie. ‘Sto figlio pare sempre fare tutto con la leggerezza di chi non è sfiorato da nulla, casca il mondo io mi sposto, ripete spesso a proposito del suo comportamento.

Un pomeriggio, ci confida la madre, questo ragazzo si era seduto sul tavolo del soggiorno con la testa poggiata sulle braccia conserte, con l’intento di parlare con lei. Non aveva fatto un discorso particolarmente allarmante: diceva che sentiva di non avere molti stimoli in quel periodo, che era in un momento un po’ di stasi e che non sapeva come uscirne, e poi se n’era andato leggero leggero come era entrato a mangiarsi un gelato con la fidanzatina (un’aspirante ingegnere chimico, ripete sempre la madre con chiara allusione polemica). Quest’episodio aveva così agitato questa donna che l’abbiamo trovata con gli occhi lucidi dietro la pianta grassa vicino al monitor. Si chiedeva: cosa vuole fare questo mio figlio?

Nei giorni successivi era apparsa più combattiva e aveva cominciato a trovare delle soluzioni per il suo rampollo: abbiamo delle conoscenze, ci raccomanderemo a quelle; potrebbe fare questo, potrebbe fare quello; gli daremo dei soldi per avviare qualcosa nel suo campo, a patto però che la finisca, quest’università; in qualche modo farà, in qualche modo faremo. Con tanti saluti agli strali radical contro le raccomandazioni in cui lei si era tanto prodotta. Ma i figli so piezz e core.

Come fare a dirle che un giorno lo abbiamo incontrato sotto il lavoro con il monopattino, e alla domanda insinuante di un’altra collega chiacchierona, lui ha dato ad intendere che frequentare l’università è un po’ come doversi togliere un dente, qualcosa di doloroso ma purtroppo necessario? Mi sono chiesto anch’io cosa vorrebbe fare e se ce la farà. Mi sono detto pure che per alcuni è così: non è detto che tutti abbiano tutto chiaro, e subito. La vita significa anche capire faticosamente dove si vuole andare. Ma io credo che ce la farà, if you know what I mean: non ve preoccupate.

La sciura glam un po’ radical ha una vita solida, su fondamenta solide. Ma la sua situazione con questo figlio è paragonabile all’uragano provocato dal battito d’ali di una farfalla dall’altra parte del mondo: si vede che c’è un problema da lontano e questa madre vive nella paranoide sensazione che il tifone prima o poi arriverà; in fondo, vista la mancanza di grandi assilli e altri grandi problemi, se non ci sono i tifoni bisogna pur inventarseli. E, nell’attesa della burrasca, ecco che la vita è bella che perturbata, anche se c’è il sole.

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