Torno su quest’argomento che avevo già toccato. Scusate, sono un po’ monotematico. Mi preme molto, evidentemente.
Odio andare dal barbiere. Odio farmi i capelli. Non amo quando mi mettono le mani sui capelli. Oltretutto si stanno diradando e questo è un argomento che mi intristisce. Rivoglio indietro i miei capelli persi. Vorrei tanto andare in giro canticchiando come Niccolò Fabi: “Io vivo sempre insieme ai miei capelli”. In fondo è una tautologia, un’ovvietà: calvi a parte, tutti vivono assieme ai propri capelli, tanti o pochi che siano. Ma vorrei proprio viverci con pienezza come canta lui, cantare la canzoncina con il suo orgoglio, quello di avere ‘sta cofana in testa sempre con sé e di passarci le giornate toccandosela auto-compiacendosi per l’abbondanza. Poi termina la fantasia e mi dico che per fare come Niccolò mi tocca andare in Turchia o in Svizzera.
Ma torniamo ai miei barbieri.
Ne ho cambiati diversi perché ho sviluppato quest’idiosincrasia secondo la quale ciascuno di loro non andava bene per qualche motivo, ma è colpa mia, anche perché quest’avversione è avvenuta per motivi sempre diversi e sempre idioti. Non ce n’è stato uno con cui mi sia sentito a casa.

Da uno sono andato per anni perché era un amico di famiglia. Su di lui la cittadina non si pronunciava in giudizi proprio lusinghieri, ma io lo conoscevo da quando era piccolo e ci ero affezionato, anche se è sempre stato una di quelle persone nervose e agitate che sono un po’ la mia kryptonite. In negozio teneva sempre qualche animale: un gatto, un criceto, un cane, un pappagallo…una volta si era addirittura convinto che una cornacchia, sempre la stessa cornacchia, venisse alla finestra per cercare da mangiare, e la chiamava Nando. NANDOOO, la chiamava anche. Era tutto molto naïf, ma non mi piaceva come mi sistemava i capelli, perché si era messo in testa che fossi un intellettuale perché frequentavo l’università (cioè…) e che mi dovesse fare dei capelli seri: ma la legge della conoscenza e del “pare brutto” vinceva su tutto e a me toccava. Il problema dell’incantatore di cornacchie fu che ad un certo punto non ce la fece più a portare avanti il suo negozio. La cittadina si era nel frattempo riempita di giovanissimi barbieri e parrucchieri molto aggressive e lui non è riuscito a stare al passo. Ha mollato negozio e animaletti per un lavoro non ben identificato, e io mi ero liberato dalla necessità di avere i capelli seri.
Il fatto è che, a lungo, quando dovevo cominciare a spiegare come vorrei i capelli…a me sono spesso sfuggivano le parole. La scarsità ha ora ridotto le possibilità e quindi ora è più facile, ma quando ne avevo di più non riuscivo mai ad esprimermi decentemente, vivevo un’afasia capelluta. Adesso bisogna coprì le vergogne e quello è il pattern; all’epoca non mi facevo capire e quindi vai con i capelli da esistenzialista francese pur essendo lontano anni luce dalla Francia e dagli esistenzialisti.
Poi ne ho provato un altro di cui ho già raccontato in questo blog. Tornando un po’ indietro, anni fa, un altro ancora mi mise nelle mani di un assistente che mi sforbiciò (di striscio) un orecchio. Sono uscito tosato ed incerottato. Io proprio lì a pensare: “quante gioie ad andare dal barbiere”.
Dopo l’incantatore, avrei dovuto virare verso i giovanissimi barbieri aggressive, che nella cittadina spuntavano come funghi in tutti i quartieri, ma onestamente mi stavano un po’ sul cavolo, e per varie ragioni. In primis, perché erano costretti a ostentare figaggine anche se di provincia, negli arredi e nei modi; poi perché sempre questa musica alta e unz unz punz tunz; e poi perché io ormai mi imboomeravo e loro rimanevano giovani e rampanti, negli argomenti e proprio nel mood che non condividevo più (e non era nemmeno una questione solo di età). Da loro venivano tutti questi giovanissimi con la parlata strascicata e io mi sentivo fuori posto.
Allora ne ho provati altri due. Uno non ha fatto altro che rimproverarmi velatamente perché non usavo prodotti per capelli, e i prodotti per la barba, e tutta una dissertazione filosofica su quanto fossi indietro in termini di cura dei capelli, e questo e quest’altro. Ho pensato fra me e me: ma sono venuto qui per sentirmi la predica della suocera? Accetto le critiche ma il predicozzo col ditino alzato per tutto il tempo e la lectio magistralis in scienze pilifere mi ha destabilizzato in una situazione per me già non comoda. NEXT!
L’altro faceva auto-promozione col suo bel nome e il suo viso sorridente sull’insegna. Mai l’avessi fatto, di entrare lì dentro.
Mi sono trovato in mezzo a un manipolo di prostatici dalla voce roca da abuso di sigaretta, che non facevano altro che parlare male delle mogli e delle donne in generale. Non vedevo l’ora di andarmene, e poi mi aveva fatto i capelli a forma di fungo atomico. Sembravo uno di quegli attori coreani con i capelli a cazzarola. Oscenitas oscenitatis. Mi sono dovuto beccare sessismo e capellacci.
E allora mi sono detto: proviamo quel barbiere che sembra discreto. Avrei dovuto capire qualcosa, quando mi sono ritrovato con la porta di ingresso crivellata di slogan a casaccio che ora non mi ricordo. Come è andata a finire? Che voleva vendermi a tutti i costi delle sigarette elettroniche, elencandomi tutte le fragranze, le tipologie, facendomi rincoglionire in mezzo a delle nuvole di svapate alla vaniglia e simili, tutte vagamente tendenti verso la puzza di flatulenza. D’altronde avrei dovuto intuirlo: vicino c’era un negozio che vendeva proprio sigarette elettroniche, e lui, imprenditore intraprendente, aveva diversificato. Niente mi infastidisce di più di queste imboscate commerciali, considerando anche il fatto che non fumo. Però i capelli che mi aveva fatto non erano male, e poi aveva anche iniziato bene dato che aveva stabilito tutto lui dal punto di vista pilifero e io per far passare il prima possibile quei momenti da me non amati avevo ripetuto più volte SÌ, SÌ, SÌ! Ovvero: fai tu, te prego!

L’ultimo barbiere da cui sto andando si inserisce un po’ a metà strada, fra una maturità espressiva e un giovanilismo aggressive. Lui un ragazzetto abbastanza normale, anche se cambia look con un trasformismo degno di David Bowie. Capelli lunghi, mullet, mohicana, capello ben agghindato: ogni volta un’acconciatura diversa, una persona diversa, un nuovo lui. Il suo assistente è un coatto antico che non smette mai di parlare e ride rumorosamente per ogni minchionata. Ma proprio a bocca aperta per modulare ancora di più la risata sguaiata. In piccole dosi un po’ di sfrontata spontaneità mi fa anche simpatia, ma questo davvero non smette mai. Ovviamente in sede di prenotazione me ne guardo bene dal selezionare il suo nome, preferisco spendere tre euro di più e spingere il tastino sul profilo del trasformista.
Il problema è che ad andare col coatto, il barbiere normale impara a zoppicare e ogni tanto si incoattisce, e quindi si incoatta anche l’atmosfera. Troppo. Ogni tanto vengono gli amici loro tutti motoretta modificata, maghina, piskelle, amò, fratè, ndo se sfonnamo stasera, e io penso: CHE DISAGIO! Per loro e per me. Non ho davvero intenzione di giudicarli male, giurin giurello, ognuno è come è: ma io faccio fatica, non mi ci trovo.
Un’altra volta, per parlare di qualcosa di diverso dal meteo, avevo confessato che mi era venuto un gran mal di testa post-giornata lavorativa (ed era vero, eh) e per dare un po’ di consistenza all’argomento mi ero messo a fare una conferenza sul fatto che fosse deleterio passare continuamente da uno schermo all’altro, dal telefonino allo schermo del pc, che fosse fonte di nevralgie e cefalee. Una tirata fatta tanto per parlare. L’assistente zoro voleva essere comprensivo, ne sono sicuro, ma se n’è uscito con uno scarsamente rassicurante e tranciante: “Vabbè, se c’hai mal di testa non c’è problema, non c’è mica obbligazione di parlare”. E allora muto, sono.
Non voglio fare il filosofico per qualcosa di fondamentalmente molto quotidiano come andare dal barbiere, non ce ne sarebbe bisogno. Ma ogni volta che ci vado e che mi trovo a contatto per quei venti minuti con tutte queste tipologie di barbiere è come se mi dovessi confrontare con me stesso e sostenere una prova. Su quest’argomento dovrò scrivere un post a parte, perché ha a che fare col mio rapporto col maschile. Il problema è che farei fatica anche con l’hair stylist fashion victim. Quindi, sono più io che gli altri e questo mi morde dentro. Vabbè. Ho deciso che salverò un po’ di foto di acconciature su una bacheca di Pinterest – per quelle che mi posso permettere, visto che andando avanti così me rimarranno due shampii, plurale di shampoo. Così da arrivare preparato al prossimo appuntamento.

